Spalletti non è più il commissario tecnico
della Nazionale. Dopo l’ennesima delusione, la FIGC ha scelto di cambiare il volto in panchina, cercando una svolta. Ma a ben vedere, non è il volto che
andrebbe cambiato.
È la testa. O, meglio, la testa del sistema. L’Italia rischia di non qualificarsi per il terzo Mondiale consecutivo.
Sarebbe un record negativo, umiliante, che una nazione quattro volte campione del mondo non dovrebbe nemmeno immaginare. E invece eccoci qui, con le valigie ancora in mano e lo sguardo
perso. Come se tutto dipendesse da chi
siede in panchina.
Ma è troppo facile prendersela con Spalletti. Prima di lui c’erano Mancini, Ventura, pradelli e altri ancora. Gli allenatori passano, ma i fallimenti restano. Perché il male non è in campo: è nei palazzi. È nella governance calcistica italiana, bloccata da logiche di potere, compromessi, incapacità di riformare il sistema giovanile e i vivai.
Il problema è la FIGC, ma nessuno sembra volerlo dire. Nessuno mette in discussione Gravina, la Lega Serie A, o le strutture che da anni collezionano
scandali, incompetenza e mediocrità. Cambiano i CT come si cambia il tecnico del condominio. Ma il palazzo cade a pezzi.
E non è solo calcio. È una metafora del paese. L’Italia è in recessione economica, con una generazione di giovani esclusi, con aziende in fuga e
salari stagnanti. Anche nel pallone, i talenti fuggono, o non crescono affatto. Manca visione, manca coraggio, manca cultura.
Cosa resta allora? La nostalgia. I ricordi di Berlino 2006, o addirittura di Spagna ‘82. Ma la gloria passata non basta.
Servono scelte serie, radicali, impopolari se necessario. Servono riforme vere, non panchine rovesciate.
Chi pagherà il prezzo di un altro fallimento? I tifosi, i giovani calciatori, un intero Paese che ha sempre fatto del calcio il suo specchio.
Ma attenzione: se lo specchio è rotto,non serve cambiare il riflesso. Serve cambiare chi lo tiene in mano.
Sono Alessandro Bertolino, appassionato di calcio sin da piccolo e grandissimo tifoso.

