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La Turchia e i saluti militari, ma è facile dire di no? La storia di Enes Kanter ci spiega perchè

In questi giorni stanno facendo molto discutere i comportamenti dei giocatori turchi ma pochi conoscono la vicenda di Enes Kanter, cestista dei Boston Celtics

Il clamore suscitato dai giocatori turchi sui profili social privati e nelle reazioni in campo dopo i gol è stato roboante: quel saluto militare sfoggiato così orgogliosamente sta facendo gridare allo sdegno nel resto del mondo, e si è arrivati addirittura a ventilare la possibilità di non far disputare la finale di Champions League 2020 ad Istanbul.

Ma siamo sicuri che tutti questi saluti militari vengano realmente dal cuore e dalla coscienza dei giocatori e non dalla paura? Forse no, ma la storia di Enes Kanter può farci realmente sorgere qualche dubbio.

Kanter, cestista turco, dal 2011 gioca in NBA e attualmente veste il verde dei Boston Celtics dopo aver indossato le maglie dei Blazers, dei Knicks, dei Thunder e degli Utah Jazz. E’ salito alla ribalta nel 2017 ma non per meriti sportivi, bensì perchè sul proprio profilo social attaccò ufficialmente Erdogan all’indomani del golpe militare fallito in Turchia.

Da quel giorno, per Kanter si aprono le porte dell’inferno: la polizia turca irrompe in casa dei suoi familiari, requisisce tutte le apparecchiature elettroniche e il fratello, cestista anche lui, viene bandito dalle nazionali turche. Il padre viene arrestato, portato in cella e i passaporti dei genitori annullati. L’incubo per Kanter però non è finito, e oltre a questo arriva anche il disconoscimento come figlio da parte del padre che in una lettera indirizzata a Erdogan scrive:” Enes non potrà più portare il nostro nome perché lo sta infangando. Con profonda vergogna mi scuso con il nostro presidente e con tutto il popolo turco per avere un figlio del genere”.

Kanter viene anche condannato, nel 2017, a quattro anni di carcere per aver definito Erdogan “l’Hitler del XXI secolo”, il suo passaporto annullato e un mandato di cattura emesso da Ankara, mentre si trovava in Indonesia per un evento benefico, lo costringe a scappare in Europa e solo grazie all’intervento dei senatori dell’Oklahoma riesce a tornare negli Stati Uniti. 

La vita di Kanter ora è diventata un incubo, essendo lui diventato un apolide, e la paura di uscire dagli USA lo costringe a molte rinunce sia in ambito sportivo che benefico; le partite dell’NBA in Turchia non vengono più trasmesse, nonostante sia uno sport molto seguito dal popolo turco ma nonostante tutto ciò Kanter non ha intenzione di piegarsi:” Più crescono le pressioni intorno a me più alzo la voce“, scrive al Boston Globe. “Ho la fortuna di essere sotto i riflettori e di sfruttare questa piattaforma per promuovere i diritti umani, la democrazia e la libertà personale. È una cosa molto più importante della pallacanestro. Starei marcendo in galera se fossi tornato in Turchia. Restare lontano dalla mia famiglia è un sacrificio enorme, una sfida complicata da vincere. Ma le cose buone non ti vengono mai regalate, non sono mai semplici da conquistare. Mai”. 

Questa storia non vuole risultare come una giustificazione per i calciatori turchi, ma deve far riflettere su una situazione di tensione estremamente alta e che, grazie al coraggio e alle parole di Enes Kanter, può smuovere la coscienza di tutti noi.

Filippo D’Orazio

 

 

Il calcio da sempre è l'amore di una vita, il giornalismo sportivo la mia passione e il mio lavoro

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