L’ex arbitro Rosica: “volevo morire, ma per i miei nipotini continuo a lottare contro la Sla”
Il Corriere della Sera pubblica una toccante intervista all’ex arbitro Rosica, malato di SLA e noi ve ne riproponiamo uno stralcio.
Romano, dentista, ha diretto fino al ‘96 partite di serie A: «Leonardo e Beatrice sono nati 5 mesi fa, e ho interrotto il percorso con i medici palliativi della cooperativa Antea. C’è la mia famiglia sempre qui, gli amici: ho sentito ancora una spinta verso la vita».
Aveva deciso di morire: che senso ha la mia vita se devo stare qui, sdraiato a letto o in poltrona, senza poter muovere un dito, senza riuscire a mangiare e a respirare se non attraverso queste dannate macchine?
Era abituato a correre, lui, Giuseppe Rosica: correva per i campi di tutta Italia quando inseguiva i calciatori per ammonirli o fischiare un rigore, in serie A e in serie B, e lo ha fatto per 121 volte; correva nella vita perché la sua vera professione, dentista, non gli permetteva di stare fermo: ora l’immobilità di quest’uomo che da un anno e mezzo combatte con la Sla, la sclerosi laterale amiotrofica.
«Clamore inutile, il calcio non c’entra, ancora non si conoscono neppure le cause che portano al deficit di motoneurone. Anche se, in realtà, non sono il primo arbitro a essere colpito». Rosica pensa a Giovanni Nuvoli, sardo di Alghero, che ne rimase vittima una decina di anni fa.
Aveva deciso di morire, Giuseppe, per tutti Cicci. A confortarlo nella sua scelta finale le parole del Papa sui malati di Sla e, soprattutto, la legge sul biotestamento.
«Poi sono arrivati loro, i miei nipotini, Leonardo e Beatrice, cinque mesi fa, e ho interrotto il percorso che avevo cominciato con i medici palliativi della cooperativa Antea. Ci sono questi bellissimi gemelli, c’è tutta la mia famiglia che è sempre qui, ci sono gli amici – ho ritrovato perfino quelli del liceo – che vengono a trovarmi: ho sentito ancora una spinta verso l’esistenza».
Gliela trasmette, questa spinta, l’amore da cui è circondato.
Il fratello Marco e la moglie Manuela lo aiutano a raccontare le sue emozioni, capisce tutto, ma può parlare solo attraverso un paio di tabelloni su cui sono sparse tutte le lettere: glieli mettono davanti e pian piano, con gli occhi, compone le parole.
Sulla televisione scorrono immagini di calcio: vanno avanti ventiquattro ore al giorno. Accanto al letto ci sono le foto di una vita.
L’arbitro. «La mia passione, anche se da ragazzino, a sedici anni, ho cominciato solo per avere la tessera, così potevo andare a vedere le partite della Roma».
«La mia gara peggiore è stata un Fiorentina-Inter: Facchetti era diventato dirigente da poco, lo buttai fuori ma me ne pentii subito dopo, era una persona perbene.
La migliore, Milan-Udinese: era piena di campioni, la squadra rossonera». Ricorda con simpatia Vialli, «lo ammonii, mi strinse la mano e mi disse che avevo ragione: un signore». Ne prova un po’ meno per Mancini, oggi c.t.: «Con lui dovevi stare attento, parlava alle spalle in continuazione e provocava, e poi si tuffava appena entrava in area: un simulatore».
Smise di arbitrare nel ‘96, a 40 anni.«il calcio ci ha lasciato soli, non si è mai più fatto vivo nessuno», dice. Solo Franco Peccenini, amico di Giuseppe, non l’ha dimenticato: ogni settimana viene a trovarlo. Qualche giorno fa ha chiamato Massimo Mauro, presidente dell’Aisla, l’associazione italiana che si occupa della Sla.
Chiedono che Rosica diventi un testimonial, lo farà volentieri: «Questa malattia è terribile, va studiata meglio e di più: voglio aiutare gli altri, per quanto posso».
fonte Corriere della Sera

