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L’Avv. Ricca a MDC: “Preferisco il ruolo di procuratore. Il talento oggi non basta per diventare un grande calciatore”

La Redazione di Momenti di Calcio ha avuto il piacere di intervistare l’Avvocato e Procuratore Sportivo Mauro Ricca. Queste le sue parole nell’intervista a cura di Raffaele La Russa.

Buonasera avvocato, è un piacere averla per la prima volta con noi.
La nostra testata giornalistica si occupa spesso di calcio giovanile e la sua attività di procuratore in questo settore aiuta molto la crescita e la possibilità di emergere per i giovani che esprimono potenzialità calcistiche interessanti.


Come è nata l’idea sua e dei suoi soci di preferire l’attività sportiva a quella giudiziaria?

Intanto mi preme ringraziare Lei e la testata giornalistica per l’opportunità e per l’interesse nei confronti miei e della mia attività. La scelta di preferire l’attività sportiva a quella giudiziaria nasce principalmente per assecondare una passione, devo dire infatti che non ho mai sentito viva dentro di me la voglia di dedicare tutto il mio tempo ed il mio impegno alle controversie private, ho sempre invece preferito adoperarmi per attività più di costruzione e ho trovato nell’attività sportiva l’opportunità per parlare di carriera con i calciatori, proporre interazioni e scambi tra società e aziende ed ovviamente tutto ciò è legato da contratti, ovvero attività legali.


Che idea si è fatto in questi anni di attività sul calcio giovanile: ci sono talenti emergenti o è un momento storico in cui i giovani faticano a trovare la giusta visibilità?

Abbiamo vissuto anni difficili a livello giovanile, anni in cui a tutti i livelli si è badato solo al fisico dei ragazzi e poco alla tecnica, ma soprattutto anni in cui si è data molta importanza al risultato piuttosto che alla crescita dei giovani atleti. Ora penso che il trend stia un po’ cambiando, certo, una ragazzo di un metro e 90 con una buona tecnica partirà sempre avvantaggiato rispetto ad uno più basso, ma non è più il primo parametro.
Ritengo però che si debba tornare a valorizzare il lavoro semplice, fatto di tecnica e soprattutto di tecnica applicata ai contesti di gioco fin dai primi anni di attività: i bambini e i ragazzi devono tornare a divertirsi. Forse ciò contribuirebbe anche a stimolare di più i ragazzi, che spesso smettono precocemente proprio perché hanno perso lo stimolo più importante, quello del divertirsi in compagnia. Il calcio è prima di tutto un gioco.
I talenti ci sono ancora, ma potrebbero essercene molti di più se si impostasse un lavoro più mirato al potenziamento di certe caratteristiche già positive e al miglioramento di quelle negative. Il nostro Paese ha sempre sfornato talenti straordinari e lo farà ancora, ma bisogna lavorare prima di tutto sulla testa; anche quello dei troppi stranieri è un falso problema, se c’è un italiano più forte, con più temperamento e stimoli, nessuna società penserebbe di sostituirlo con uno straniero..


Nella sua scuderia ci sono giovani dal talento certo per cui si può già affermare di essere dei “predestinati ”?

Farei un torto ad alcuni dei miei assistiti se facessi alcuni nomi e non altri…preferisco dire solo che ce ne sono un paio di cui sentiremo parlare…


Quali sono i vostri criteri di scelta nelle procure, o meglio, accettate qualsiasi giovane calciatore purché abbia talento puro oppure vi interessate anche ad altre qualità quali ad esempio che continui a studiare, che abbia una vita regolare etc…

A me piace pensare al calcio come ad una palestra per la vita, vale a dire che se ti impegni nel calcio con la giusta mentalità, lo farai anche in tutti gli altri ambiti. La scuola, un’educazione profonda e costante e una vita regolare sono fondamentali se si vuole provare a diventare calciatore; senza sacrificio non si ottiene nulla e non a caso ho utilizzato il verbo “provare”, perché non c’è nessuna certezza e solo una piccolissima percentuale di ragazzi diventa un calciatore professionista.
L’essere un atleta è sicuramente uno dei motivi che mi fanno decidere se prendere o meno un ragazzo in procura, il talento fine a se stesso non è sufficiente.


Le società professionistiche come si rapportano con lei quando propone loro qualche sua assistito? È vero che difficilmente un ragazzo, seppur bravo, possa fare il grande salto dalla periferia al grande stadio senza fare gavetta nelle categorie inferiori?

Il mio è un mestiere fatto di rapporti, inizialmente i direttori sportivi che non ti conoscono bene sono restii ad affidarsi ai tuoi consigli solo sulla base di una segnalazione, per cui è necessario pensare bene al giocatore da proporre e se, in quel contesto, lostesso giocatore può essere utile e al tempo stesso migliorare. Ritengo che il bravo agente è quello che sa collocare il suo assistito nel contesto migliore per crescere ed affermarsi. Per questo motivo è spesso utile che un ragazzo faccia un percorso per gradi, durante il quale apprendere tutti quegli insegnamenti che un giorno potrebbero renderlo un giocatore completo ed interessante anche per il grande club.


Lei è di Brescia: come si prospetta la ripresa dell’attività agonistica in una città così tanto duramente colpita dal coronavirus?

Brescia ha pianto e sta ancora piangendo le proprie vittime, che sono state tante, ma voglio pensare che anche stavolta dimostrerà di essere la Leonessa d’Italia e si rialzerà come ha sempre fatto, con forza, coraggio e intraprendenza. Non posso però dire che la pandemia non genererà ripercussioni anche nel calcio: il problema di fondo è che il sistema odierno prevede troppe squadre, troppo piccole e ognuna con poche risorse, perciò da diversi anni sostengo che andrebbe riformato favorendo fusioni che permettano alle società di rendersi più solide e antifragili e allo stesso tempo in grado di investire nella formazione di tecnici e atleti. Ho proposto la mia visione ad alcuni dirigenti bresciani e, spero, il rinnovamento possa partire proprio da qui.

A cura di Raffaele La Russa

Ideatore e Fondatore del Sito, appassionato di calcio e studente di Giurisprudenza

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