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Lazio, tennis e carbonara a New York. Intervista a Giovanni: “il mio ristorante è Casa Italia”

Abbiamo intervistato Giovanni Bartocci: ristoratore italiano e presidente del Lazio Club New York. Il suo locale è ormai un cult nella Grande Mela: ci passano calciatori, tennisti, artisti e tutti coloro che vogliono ritrovare un pezzo di Italia

Siamo a Manhattan in un Sabato pomeriggio dicembrino. Le strade dell’East Village, il quartiere più europeo di New York, pullulano di locali di ogni genere dove i newyorkesi si dirigono per il pranzo domenicale. Il più rumoroso è sicuramente Via Della Pace, trattoria romana sulla settima strada: un vero e proprio pezzo di Trastevere trapiantato nella Grande Mela. Cosa sta succedendo al suo interno? Ci si sta preparando per la partita della Lazio, che dall’altra parte dell’oceano è impegnata nello scontro più difficile del campionato: quello contro la Juventus. Già da un’ora prima dell’inizio il ristorante si riempie di tifosi in vacanza, emigrati e americani curiosi. La carica sale mentre tra una carbonara e un’amatriciana si ascoltano le note degli inni laziali e le canzoni di Lucio Battisti.
Alle 14.45 locali (20.45 romane) la partita inizia. Il proprietario del locale, Giovanni Bartocci, interrompe le sue funzioni da ristoratore e si trasforma in un implacabile capopopolo. Seguono 90 e più minuti di trance: cori e imprecazioni,momenti di sconforto ed esultanze fino a perdere la voce. Parafrasando Nick Hornby (Febbre a ’90): “E’ straordinario pensare che il calcio non sarebbe così bello se per te e per migliaia di persone come te non fosse così importante. Che il casino che hai fatto è stato decisivo come e quanto i giocatori, perché se tu non ci fossi stato, a nessuno fregherebbe niente del calcio”. Quanto mai vero per i tifosi che vivono la propria fede da esattamente 6865 Km da casa, ovvero la distanza tra Via Della Pace e Piazza Della Libertà (il luogo di nascita della Lazio), esposta orgogliosamente sulle sciarpe del Lazio Club New York Giorgio Chinaglia. Per questi pazzi innamorati, la Lazio è anche un modo per ritrovare un pezzo di casa negli States.

Due giorni dopo abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Giovanni: ormai un’istituzione a New York. Oltre ad essere il presidente del Lazio Club, la sua trattoria è considerata un’eccellenza dalle guide turistiche. Da lui sono passati calciatori, tennisti e addirittura lo scultore Jago. Come lui stesso dichiara: “il mio successo è quello di aver creato una Casa Italia dentro il mio ristorante”. Ne è uscita fuori una chiacchierata ricca di spunti e aneddoti, non solo calcistici.

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Ciao Giovanni. Ci racconti di quando è nato il tuo ristorante a New York?

Il locale è stato aperto da mio zio e altri sei soci diciassette anni fa. Precedentemente apparteneva a una signora che lo aveva chiamato “Bar della Pace”. Poiché tre dei successivi proprietari, tra cui mio zio, erano romani, hanno deciso di ribattezzarlo “Via della Pace”. Io invece sono arrivato 13 anni fa.

Quando hai deciso di farlo diventare anche un club della Lazio?

Da quando sono arrivato ho sempre trasmesso le partite della Lazio. Tra l’altro questo posto ha sempre avuto un animo laziale: anche mio zio era un cuore biancoceleste.
Il club vero e proprio però nasce solo tre anni fa, quando a seguito di un’ennesima sconfitta assurda della Lazio dopo una partita dominata in casa contro il Chievo, io e dei miei amici laziali newyorkesi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo deciso che era arrivato il momento di fare squadra e soffrire insieme. Ci siamo allora impegnati ad allargare il gruppo a nove laziali (come il numero dei fondatori che nel 1900 diedero vita alla Società Sportiva Lazio n.d.r.) e a fondare ufficialmente il Lazio Club New York, dedicato a Giorgio Chinaglia.

Cosa ti ha spinto in questo ambizioso progetto?

Ho sempre sognato di diventare il presidente di un club della Lazio. Volevo seguire le orme di mio Nonno, colui che mi ha trasmesso questa passione. Era il presidente del Lazio Club Ronciglione.

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Oltre a te che sei un affermato ristoratore, chi sono gli altri fondatori?

Siamo un gruppo molto eterogeneo. Tra di noi c’è un altro ristoratore, un architetto, un informatico,…

Quando gioca la Lazio sono in molti a farvi visita

La maggior parte di quelli che vengono sono turisti che non vogliono perdersi la Lazio nemmeno in vacanza. Tanti altri sono i laziali che vivono quì. Spesso vengono anche i ragazzi del West Ham, che hanno un grande club a New York con cui siamo gemellati. Poi ogni settimana c’è una storia diversa: ad esempio a Lazio-Juve c’era un ragazzo laziale che vive a Washington, venuto fino a qui solo per vedere la partita con noi.

Come sono i vostri rapporti con la società?

Abbiamo un bel rapporto con molti giocatori. Lombardi è un nostro grande amico, Inzaghi e Immobile sono venuti quì a farci visita e anche vecchie glorie come Casiraghi e Dabo hanno portato il loro saluto. Lo scorso 9 Gennaio abbiamo festeggiato il compleanno della Lazio insieme a mister Farris (il vice di Inzaghi n.d.r). Ma è soprattutto con Cataldi che ci sentiamo quasi sempre. Dopo la partita con la Juventus gli ho mandato i video del casino che abbiamo fatto. Ci ha risposto: “siete dei pazzi”.

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Prima hai accennato al gemellaggio con gli hammers, ma avete anche delle rivalità?

Gli altri (il club della Roma a New York n.d.r) sono qui da ormai 10 anni.

Quindi si può dire che a New York è nata prima la Roma…

Sì, ma c’è da spiegare il perché. I romanisti sono caciaroni e gli piace ostentare la loro fede, quindi per loro è facile riconoscersi anche in una città come New York. Il laziale è più discreto, non ha bisogno di ostentare tute e tatuaggi. D’altronde il laziale è come un’aquila: può volare da solo, ma quando trova il suo nido sta bene anche in compagnia.
E comunque ben venga il Roma Club: da quando hanno aperto non hanno vinto niente, noi invece in due anni e mezzo abbiamo già alzato due trofei!

Nello sfottò i due club hanno dato il meglio di sé

Appena abbiamo aperto gli siamo entrati a gamba tesa. Al terzo derby dall’esistenza del nostro club, arrivato dopo il doppio derby in semifinale di Coppa Italia da cui li abbiamo eliminati, abbiamo fatto trovare all’entrata del Roma Club undici pizze. Loro non l’hanno presa bene e ci hanno chiesto di abbassare i toni. Due mesi dopo però, alla fine di un campionato che ci ha visti arrivargli sotto, uno di loro ci ha lasciato una coperta e una scritta: “state a -17, mò copriteve”.

Dovevate escogitare una risposta

E infatti l’abbiamo preparata nel dettaglio. Quell’estate la Roma è venuta in tournèe negli states. Mentre era quì abbiamo appeso uno striscione al Bow Bridge, ovvero il ponte dell’inchino, con su scritto “meglio finire al gelo che bruciare vedendoci alzarla al cielo” (il riferimento è alla vittoria della Lazio nella finale di Coppa Italia del 2013, proprio contro i cugini giallorossi)

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E non è stata neanche l’iniziativa più clamorosa…

Assolutamente no. Basti pensare che a Dicembre di due anni fa abbiamo noleggiato un aereo e lo abbiamo fatto volare sopra i cieli di Manhattan con lo striscione “NYC biancoceleste”. Insieme al messaggio goliardico c’era anche il nostro contatto dove poter inviare le donazioni: bisogna infatti ricordare che il Lazio Club New York Giorgio Chinaglia è soprattutto una no-profit registrata.

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Quali sono le attività benefiche in cui la vostra no-profit è impegnata?

Innanzitutto collaboriamo con Street Soccer USA, un’associazione benefica che aiuta i bambini in difficoltà a non stare in strada nelle ore dopo la scuola, facendoli giocare a calcio nei campi da loro noleggiati. Noi sponsorizziamo una squadra che prende il nome dal nostro club e indossa le maglie ufficiali della Lazio. Per questo dobbiamo ringraziare Laura Zaccheo e Marco Canigiani, i responsabili marketing della Lazio che ci hanno inviato il materiale da gioco.

E i ragazzi se la cavano?

Molto! Hanno anche vinto un torneo. Ci hanno regalato la coppa che conserviamo a Via della Pace.

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Per quanto riguarda la raccolta dei soldi da dare in beneficenza?

Una volta all’anno organizziamo un’asta con in palio cimeli della Lazio e non solo. Poi abbiamo molti benefattori che ci donano soldi sapendo del bene che facciamo. Inoltre abbiamo i nostri prodotti: sciarpe, felpe e magliette del club che vendiamo ai tifosi.
Negli ultimi tre anni abbiamo raccolto 25.000 dollari che devolviamo a chi ne ha più bisogno.

Via Della Pace non è solo Lazio, ma è anche tennis. Durante le ultime edizioni degli US Open (il torneo che si gioca ogni anno a New York n.d.r) la regia internazionale ti ha beccato più volte mentre facevi un tifo sfrenato per i campioni del tennis italiano. Ci spieghi come nasce il rapporto con loro?

Iniziò tutto 6 o 7 anni fa quando passò quì Thomas Fabbiano. Gli piacque il posto e mi portò Luca Vanni e Stefano Travaglia. Con loro è arrivato il mio amico Paolo Lorenzi: un cuore d’oro. Nell’ambiente si è sparsa la voce e oggi, ogni volta che si giocano gli US Open, il mio ristorante si riempie di tennisti.

Tra i quali c’è Matteo Berrettini

Matteo è venuto quì per la prima volta durante gli US Open 2018. Lui è un ragazzo di Roma molto disponibile. Ci siamo subito trovati e ci siamo scambiati il numero. Prima degli Open del 2019 gli ho scritto se sarebbe passato. Mi ha risposto: “quest’anno vengo solo da te”.

E ci è rimasto a lungo! (Berrettini è stato il primo italiano ad arrivare in semifinale al torneo di New York dopo 42 anni n.d.r.)

Gli US Open di quest’anno per me sono stati lunghissimi! Sono iniziati con la settimana delle qualificazioni, quando ho seguito tutte le partite di Lorenzi. Poi è iniziato il torneo, che ha visto i nostri Sonego, Lorenzi, Fabbiano e Berrettini superare il primo turno. Quei quattro italiani la sera della loro qualificazione erano tutti nel mio locale a festeggiare e a prendersi in giro. Ricordo ancora i posti dove erano seduti: è stato il più grande successo della mia carriera da ristoratore. Avevo creato una sorta di Casa Italia del tennis.
E non è finita lì, perché poi con Matteo siamo arrivati fino in semifinale.

Le partite di Berrettini le hai seguite dal suo box?

Esattamente. Tutto è nato perché una volta che aveva superato il terzo turno avrebbe giocato le partite al campo centrale, dove non avevo l’accesso. Gli ho quindi chiesto se potesse rimediarmi i biglietti. Mi ha risposto che le partite le avrei viste dal suo box, insieme al padre, l’allenatore e il manager.

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Da lì sei stato protagonista di una serie di gag che ti hanno fatto diventare una star nel mondo della racchetta

Ho fatto un tifo da curva, come è nel mio stile. Dopo la vittoria di Berrettini su Monfils lo speaker dello stadio mi ha addirittura chiamato in causa: mi volevo sotterrare.

E lì hai sfoggiato una maglietta con rappresentata una carbonara

Quello è un altro aneddoto divertente. Matteo è arrivato qui cinque giorni prima dell’inizio del torneo e si è fatto preparare la sua adorata carbonara: l’ultimo sgarro che poteva permettersi. In quel momento mi disse che l’avrebbe mangiata nuovamente solo quando avrebbe finito il torneo. Da quella sera ho iniziato a indossare la maglietta con la carbonara disegnata e gli dicevo “stai tranquillo e continua a vincere, la carbonara ti aspetta e non va da nessuna parte”. Dopo la semifinale persa contro Nadal è venuto per l’ultima sera a festeggiare il grande risultato. Gli ho chiesto: “la solita insalata?”. Lui mi ha mandato a quel paese e poi ha ordinato una “carbonara abbondante”.

Secondo te Berrettini si aspettava di arrivare così in fondo?

Non glie l’ho mai chiesto, però penso che stava giocando così bene che si aspettava di sconfiggere chiunque. Possiamo paragonare quel suo periodo a quello della Lazio di adesso: così in forma da poter battere anche la Juventus.

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Qual era il tuo ruolo durante il torneo?

Io provavo a farlo divertire. Il tennis è uno sport massacrante, in cui sei da solo e la responsabilità della sconfitta è solo tua. Volevo che lui capisse che anche durante le partite più dure io stavo lì. Penso di esserci riuscito, perché con me era sempre tranquillo e ottimista.

Abbiamo parlato di calcio e di tennis. Ma so che tu sei anche un amico di Jago: lo scultore 32enne di Frosinone che oggi vive a New York

Non solo lo conosco, ma sono anche comproprietario di due sue opere. Jago è un fenomeno. E’ il Milinkovic della scultura. Anzi, troppo poco: è il Messi dell’arte. E’ una persona che strabilierà il mondo, ve lo posso assicurare.

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Dallo sport all’arte, l’intervista ci ha fatto scoprire che Via Della Pace è un luogo su cui gli italiani possono contare. C’è chi torna da New York e dice di aver mangiato quì la miglior carbonara della sua vita; c’è chi ogni Domenica ci ritrova la Curva Nord dello Stadio Olimpico. Le trasmissioni televisive italiane, quando vogliono raccontare New York, spesso passano da te. Pif ti ha addirittura dedicato una puntata di “Caro marziano”. Vi sentite un’ambasciata italiana nella Grande Mela?

Più che un’ambasciata ci piace considerarci un pezzo di casa di tutti gli italiani.

L’intervista è finita. Grazie per il tempo che ci hai concesso

Grazie a voi. Ricordate che per qualsiasi cosa siamo quì.

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