Cosa ha di italiano questa supercoppa?

Il 16 Gennaio si giocherà la finale di Supercoppa italiana tra le due detentrici del record di vittorie della competizione: Milan e Juventus. Il luogo del match sarà lo Stadio King Abdullah Sports City di Gedda, in Arabia Saudita.

Negli scorsi giorni, non poche sono state le polemiche che hanno visto anche molte voci autorevoli esprimersi in senso critico. Prima polemica è stata quella relativa alla sede in cui si disputerà l’incontro, una città non italiana che mal si sposa con il nome della competizione. In realtà, però, questo “malcostume” di far gareggiare fuori dal paese le contendenti al titolo ha radici ben più lontane.

Il primo precedente si ebbe nel 1993 quando la finale tra Milan e Torino, terminata con la vittoria per 1-0 dei rossoneri, si disputò al Robert F. Kennedy Memorial Stadium di Washington negli Stati Uniti. Successivamente altre 8 finali sono state disputate lontano dall’Italia. Il fenomeno si è andato notevolmente incrementando negli ultimi anni. Nelle ultime otto edizioni, infatti, ben sei sono state giocate altrove: quattro in Cina e due in Qatar.

A risentire di questo fenomeno è sia il movimento calcistico italiano in generale, che in un certo senso perde la sua identità in favore degli sponsor e del “Dio denaro”, sia i sostenitori delle squadre. Le decisioni della Lega Calcio non tengono minimamente conto dell’impossibilità di poter sostenere un viaggio così lungo e costoso per poter tifare la propria squadra. Egoisticamente e paradossalmente il tifoso viene subordinato all’interesse economico e totalmente messo da parte. Nonostante sia il tifo stesso ciò che muove tanto gli interessi economici che l’aspetto “sentimentale” del calcio, in questa situazione (ma azzarderei, neanche troppo arditamente, che non è l’unica) non c’è alcuna considerazione.

Il secondo aspetto che ha generato un enorme polverone è quello legato alla discriminazione nei confronti delle donne. La decisione degli organizzatori del match è stata nel senso di riservare alcuni settori dello stadio solo agli uomini. Le donne, sia locali che straniere, potranno sedersi solamente in altre zone purché accompagnate da un uomo e sarà obbligatorio indossare l’abaya, il tradizionale copri-abito nero.

Molte voci, indignate, hanno espresso il proprio dissenso, come ad esempio Malagò che ha definito la partita in questione come “il trionfo dell’ipocrisia”, mentre altre hanno addirittura proposto di boicottare la gara. Su tutti segnaliamo quella del Codacons che sul suo sito web ha pubblicato un comunicato con cui dichiara che “L’associazione dei consumatori diffida la Rai a non trasmettere la partita di Supercoppa italiana tra Juventus e Milan dopo le polemiche per l’accesso delle donne allo stadio”.

Un pensiero assolutamente condivisibile che mette la Rai di fronte ad una scelta etica e la Lega Calcio davanti ad una pessima figura. A seguito della scelta di giocare comunque in questa sede ed in un paese che impone determinate regole troppo lontane dal nostro vivere quotidiano, il calcio italiano appare totalmente asservito a dinamiche economiche che surclassano principi morali, perdendo ogni credibilità e cancellando ogni briciolo di passione residua.

Concludiamo ponendo due quesiti: cos’ha di italiano una finale di coppa disputata in Arabia Saudita con regole di ingresso allo stadio che discriminano le donne in contrasto con le leggi del nostro Stato? Cosa ci si batte a fare nel nostro paese per le pari opportunità tra i sessi e perché si organizzano iniziative contro la violenza sulle donne coinvolgendo il calcio, se è proprio attraverso una partita con cui si vince il titolo di Supercampione di Italia che avviene una violenza contro l’altro sesso?

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