La fascia da capitano ad Asamoah è la vittoria del razzismo

Il difensore ghanese indosserà la fascia da capitano contro l’Empoli dandola vinta a chi ancora vede differenze tra bianchi e neri

L’ultimo turno di campionato doveva essere solo il primo Boxing Day nostrano, il primo turno natalizio della Serie A, che piano piano cerca di imitare l’affascinante e fiorente modello inglese ed invece tutto si è ridotto ad una insensata serata di violenza e razzismo.

Il grande pubblico ha così riscoperto le due grandi malattie che rovinano lo sport più amato e seguito dagli italiani e lo ha fatto nel peggiore dei modi, durante la partita di cartello delle feste natalizie, periodo dell’anno in cui perfino durante la Prima Guerra Mondiale il calcio era riuscito a fermare la morte per unire due eserciti dietro ad una palla.

Dopo i vergognosi fatti di Inter-Napoli adesso è arrivato il momento  di prendere davvero una posizione serie e decisa contro la discriminazione e l’odio che inquinano questo sport, però quando ci si trova davanti ad un problema così serio bisognerebbe cercare soluzioni concrete e reali, non simboliche ed ipocrite messinscene. Probabilmente il mondo del calcio italiano non è ancora abbastanza maturo per capirlo e quindi dopo gli ululati che sono piovuti dalle gradinate di San Siro verso il senegalese Koulibaly, la prima cosa che è venuta in mente alla società nerazzurri per isolare i razzisti è stata quella di dare la fascia di capitano ad Asamoah.

In realtà però la scelta dell’Inter, che ha trovato tutti d’accordo da Mister Spalletti all’illustre tifoso nonché Sindaco di Milano Giuseppe Sala, non fa altro che assecondare l’ideologia di discriminazione dalla quale si vuole prendere le distanze.

Perché la fascia da capitano dovrebbe andare al ghanese? Perché è nero, ovviamente. Ma non è proprio questo distinguere le persone in base al colore della pelle la più grande vittoria dei razzisti?

La piaga del razzismo sarà debellata solo quando il colore della pelle sarà considerato un tratto distintivo, ma insignificante, tanto quanto il colore dei capelli o degli occhi, ma per arrivare a questo obiettivo la strada da percorrere non è quella intrapresa dai nerazzurri.

Piercarlo Cao

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