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Lettera aperta a Marcello Nicchi, presidente dell’Aia – Di Giuseppe Sesto

Di Stefano Lesti
Egregio Dott Nicchi,
mi perdoni il mio intervento ma quando è troppo è troppo. Trasecolo di fronte ad alcune sue dichiarazioni odierne rilasciate in conferenza stampa, e cado addirittura dalla poltrona di fronte al suo commento riguardo i problemi innegabili causati dall’uso distorto della Var e dalla difficoltà delle relative regole in vigore da questa stagione sperimentale.

Sopratutto di fronte ai suoi riferimenti indiretti al recente sit-in di protesta pacifica organizzato dai sostenitori della SS Lazio sotto la sede dell’Aia mi offendo innanzitutto come sportivo.

Parliamo infatti di persone in buona fede, unicamente colpevoli di aver chiesto legittimamente interventi alla giustizia civile dopo anni, anni e anni di manzanza di considerazione e rispetto per una società con ben 118 anni di storia e di gloria alle spalle che ha visto il proprio campionato rovinato non da errori, come lei sostiene per spirito di corpo, ma da un qualcosa di potenzialmente gravissimo che bisogna approfondire e comprendere per tentare di risolvere una situazione brutta e degradante per tutti.

Sminuendo e stigmatizzando la giusta protesta costruttiva del popolo biancoceleste si legittima in qualche modo chi si sia permesso di fare il male del calcio, manipolando e condizionando volontariamente o meno, vorremmo tutti saperlo, troppe gare della Lazio per pensare sia alla casualità che alla sfortuna degli arbitri. Lazio che , e diciamolo, più volte nella sua storia centenaria ha subito ingiustizie di ogni tipo che mai fino ai giorni d’oggi avevano costretto una intera tifoseria, un popolo, a rivolgersi alla giustizia ordinaria.

Prima diciamo tutti che bisogna denunciare presunti abusi del diritto, poi quanto i denunciati siamo noi ci scagliamo contro chi denuncia. Perchè?

Perchè piuttosto che trattare i sostenitori e i simpatizzanti della Lazio come paranoici e stupidi, liquidandoli come gente indegna di essere ascoltata e sopratutto rispettata, non diciamo chiaramente che le class-action siano utili ad appurare i fatti e che non significhino di per sè colpevolezza, ma desiderio di verità?

Ferma restando la totale condanna verso qualunque atto violento e intimidatorio domandiamoci quale sia allora la radice del male nel nostro calcio che insieme ai soldi ne sta cancellando ormai da un ventennio ogni valore umanistico e sportivo.

Eh si, troppo semplice infatti fare riferimenti generici contestando e giudicando negative le giuste ragioni di chi si è sentito in dovere di manifestare davanti alla sede dell’associazione degli arbitri italiani a seguito di troppe “coincidenze” negative perpetrate a danno non solo della propria squadra, ma della bellezza del giuoco più bello del mondo.

Troppo comodo dare offensivamente del “tifoso” a chi come i sostenitori della SS Lazio è stato colpito spesso da pene e sentenze esagerate e da interpretazioni arbitrali a senso unico avvenute davanti al mondo intero, fino a rovinare un campionato da record che soltanto quelli che lei chiama “errori” potevano quest’anno distruggere un lavoro faticoso e importante che merita rispetto.

Dire che le colpe siano dei giornalisti e dei tifosi significa poi nascondere la verità, ossia che in Italia, Var o non Var, si continua a ostacolare qualcuno e a far trionfare altri in barba ai valori sportivi che in quanto arbitri dovreste tutelare voi per primi facendo autocritica e non come oggi mistificando la realtà dei fatti che è sfuggita soltanto a chi non sia stato toccato da ingiustizie che poi per forza di cose portano la gente esaperata e reagire a volte anche a fare casino.

Mi rendo conto che talvolta la cosiddetta “coda di paglia” possa condizionare i giudizi, così come la cosiddetta “sudditanza psicologica”, che è un fatto, possa condizionare le compagini più deboli interne alla classe arbitrale italiana che, va detto, è e nonostante tutto rimane probabilmente la migliore, più preparata e attrezzata al mondo.

E dire che quando uno sbaglia nel proprio lavoro dovrebbe essere passibile di conseguenze, e dire che certi cosiddetti errori oltre a infangare dal di dentro tutta una categoria dovrebbero essere ammessi e non negati. O no? Se foste voi a punire giustamente e in maniera esemplare i vostri colleghi rei di “errori”, nessuno si sentirebbe obbligato a chiedere giustizia e finanche a gridarla a squarciagola scendendo in piazza. O no?

Prevenire non è sempre meglio che curare, sopratutto quando un male sia ormai troppo esteso per essere guarito? O no?

Stefano Lesti, Direttore Responsabile di Momenti Di Calcio

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Direttore responsabile di Momentidicalcio.com, giornalista, scrittore, storico, dirigente e responsabile della comunicazione di società sportive.

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